IN ROSA

AUTORE: Chiara Sasso
TITOLO: In Rosa 
Nuova edizione (prima edizione: Tipolito Melli, 1986)
Stampato in proprio, agosto 2024

Storia di una madre che segue il figlio nelle carceri speciali accusato di terrorismo -anni Ottanta
Prefazione alla nuova edizione: Gioacchino Criaco

Per ricevere il libro seguire le indicazioni contenute in fondo alla pagina https://comune-info.net/in-rosa/

 

 

La ristampa di questa testimonianza, In Rosa, la devo a Mariagrazia e a Luigi che si sono messi in testa di “ripescare” il libro per ricordare Stefano che ci aveva lasciato il mattino di un lunedì di marzo.
Era sempre un lunedì mattina, a Bussoleno, giorno di mercato, quando nel 1977 la vicina di casa aveva bussato alla porta di Rosa per chiederle di non uscire quella mattina. La spesa l’avrebbe fatta lei per tutte e due. Rosa non capiva. Stefano era a Napoli in vacanza.
Si ripete di lunedì (11 marzo 2024), lo scampanellio alla porta. Per uno di quei casi strani della vita, sul pianerottolo c’è proprio un’amica conosciuta in quei periodi a Napoli. “Io non ero pronta”. “Ho aperto la porta, non avevo neppure messo le calze, non capivo. Non ero pronta. L’avevo sentito la sera prima, come sempre”. Le stavano dicendo che Stefano non c’era più.

La prima stampa del libro (1986) la devo ad un artigiano, un tipografo, Piero Melli, uomo libero che amava fare l’editore e accoglieva tutti. Non era facile in quegli anni dare voce a testimonianze così particolari. Il libro riporta un breve scritto anche della Redazione di Dialogo in Valle, un gruppo di persone che negli anni Ottanta hanno saputo essere un luogo di confronto e traghettare speranza, senza pregiudizi, mettendo in pratica l’insegnamento di un don speciale: Don Giuseppe Viglongo.
Era maggio (1985) quando Stefano ha lasciato il carcere, per tre giorni non ha dormito. Aveva trascorso quasi otto anni in un carcere duro, negli anni importanti della sua giovinezza, ma non è stato piegato alle brutture, alla violenza di quella reclusione. Rosa aveva fatto di tutto per legarlo al fuori, alla bellezza. Fiori appiccicati su fogli di carta, indumenti colorati. “Quando vieni portami più lavanda che puoi non dovrebbero fare storie”. (Il suo profumo mi salva, diceva). Oggi come allora aggrappato alla Madre Terra, alla natura, ad ogni filo d’erba. Alla ricerca di giustizia. È stato normale impegnarsi anima e corpo nel movimento No Tav. La resistenza contro la speculazione, la distruzione della valle. Sempre presente, sorridente disponibile (Con un piano separato, intimo, nascosto ai più).

Il carcere in seguito è tornato pesantemente nella storia del movimento. Troppa poca attenzione viene data a questa istituzione totale. Fra gli intellettuali che mantengono un’attenzione lucida e critica, sul piano nazionale si distingue Gioacchino Criaco, scrittore e amico. Grazie per la sua visione di mondo (Africo Resiste da Diecimila anni), e per aver scritto una nuova riflessione su fatti di quasi quarant'anni fa, riletti oggi.

Chiara Sasso


Prefazione di Gioacchino Criaco alla nuova edizione del 2024

Una donna a motore

Da chiunque provenga a chiunque sia diretto comunque si atteggi l’unica rivoluzione che spinga verso l’uscita dall’antro l’umanità è l’amore. Quello di Rosa è invincibile inarrestabile tocca il suo apice durante otto anni che sono lunghi otto secoli o otto giorni, assalta il cielo per non scendere più. Che sia Stefano, suo figlio, a innescarlo è solo un caso, è il pretesto che la storia si prende, chi possiede l’amore in modo così non quantificabile è chiamato a spargerlo sulla strada che percorre a infettare di esso ogni incontro, a travolgere la società che non contiene il perdono. Rosa lo scopre all’improvviso, il suo motore si accende a borbottii quando arrestano Stefano, e borbotta durante il tempo delle convenzioni, delle giustificazioni, della vergogna, dei sensi di colpa. Poi parte a razzo, diventa rombo di tuono, Rosa macina chilometri e chilometri, varca i blindati di carceri che obbligatoriamente devono stare il più lontano possibile per interrompere contatti, sentimenti, per annichilire chi sta dentro e chi vorrebbe seguirlo da fuori. Le galere sono un universo parallelo chi è arrestato ci incappa, chi va a far visita sceglie la propria storia: una storia dura che non è per tutti, che alcuni mollano alle prime pagine, altri abbandonano quando il racconto si fa duro. Rosa abbraccia tutti gli anni della detenzione del figlio, facendosi molte domande e non facendosi mai convincere a mollare. E spingono contro: le istituzioni, la società, l’informazione, la gente e la propria quotidianità. Spinge contro pure Stefano. E niente, l’amore che Dio, un dio, il fato, il caso, hanno messo dentro al cuore, da chiunque provenga, a chiunque sia diretto, prosegue la propria rivoluzione. L’amore dei familiari di un’intera generazione finita in carcere per responsabilità a volte vere a volte solo inventate ha impedito la deriva morale di quella generazione, ha salvato tutto ciò che si poteva salvare facendo da argine a una dissoluzione che avrebbe pericolosamente aperto un vuoto, senza che ci fosse stata discussione, tentativo di comprensione.

Per otto anni Rosa ha vissuto un giorno al mese, sentendosi viva solo la mezzora o l’ora in cui poteva abbracciare Stefano, il tempo in mezzo è stato solo un intervallo fra un abbraccio e l’altro, spesso solo tra uno sguardo e l’altro, perché la galera italiana, fuori dalla rappresentazione filmica di fruscianti vestaglie di seta e pasteggi di bollicine strillanti, è stata merda, una deiezione puzzolente di circuiti carcerari speciali, di terrore che prima di diventare 41bis era art. 90. I detenuti politici hanno assaggiato tutto il sadismo di cui è capace il potere. Il giro di Rosa attraverso i penitenziari italiani, a sud, al centro, al nord, è la drammatica cronaca di un circuito dell’orrore che della Costituzione più bella del mondo non ha mai annusato l’odore, non ne ha mai sentito nemmeno la puzza. E da colpevoli sono stati trattati i colpevoli veri e quelli presunti, e da colpevoli sono stati trattati coloro che per amore vero non li hanno abbandonati, facendosi unico trattamento costituzionale vero. Essere trattati da colpevoli non è stato essere sottoposti al percorso trattamentale previsto dalla Legge, solo rimanere in balia alle emergenze di un potere convinto che la propria sopravvivenza passasse dall’annientamento.

Il racconto di Rosa è fresco, può essere stato scritto quaranta, cento anni fa, o può essere tornato dal futuro e colorare di sé gli otto anni di cui lei ci racconta. Rinfrancarsi lo spirito con “un tutto è passato” è una consolazione che inganna chi abbia voglia di ingannarsi. I circuiti speciali vivono ancora, il sovraffollamento impera, i suicidi arrivano immancabili uno ogni tre giorni, le botte non passano mai di moda. Le carceri stanno sempre a distanze siderali, impossibili da essere raggiunte. Rosa figlia fratelli, sorelle, madri, compagne, compagni. Migliaia e migliaia di esseri a motore che vivono di un abbraccio al mese, a volte solo di uno sguardo. Unico antidoto costituzionale contro una società che continua a rifiutare il perdono, non conosce la pietas nemmeno per sé stessa.

Gioacchino Criaco è nato ad Africo (Reggio Calabria). Ha esordito nel 2008 con il romanzo Anime nere, da cui è stato tratto il film omonimo diretto da Francesco Munzi. (9 David di Donatello vinti) Altre pubblicazioni Le Maligredi (2018 Feltrinelli) Il custode delle parole, (2022 Feltrinelli)

 


Presentazione all'edizione dl 1986

In Rosa — è la storia di Rosa Milanesi (madre di Stefano, uno dei primi compagni Va/susini arrestato con l'accusa di partecipazione a banda armata) la quale si trovò improvvisamente a doversi misurare con il fenomeno della lotta armata che coinvolse suo figlio. È un documento storico di un periodo particolare della vita italiana e soprattutto della Valle di Susa
La protagonista Rosa, rievoca tutti i passaggi, non solo personali di fronte ai/o scoprire un figlio, un familiare, inquisito di reati legati al terrorismo e dà uno spaccato delle lacerazioni, della crescita del confronto con questo fenomeno che ha caratterizzato la vita sociale italiana negli ultimi anni.
È una cronaca precisa, quotidiana, di fatti, emozioni, dubbi, una crescita umana e sociale. Ma il dato più importante è l'affrontare, rivisitare, questo spinoso argomento fuori da una visione strettamente giuridica; co/pevolista o innocentista che sia.
È l'affrontarlo da un altro punto di vista, di quelle persone che l'hanno vissuto come scelta dei propri familiari, con cui hanno dovuto fare i conti per non dover perdere la capacità di capire, per non lasciarsi sommergere passivamente dagli avvenimenti.
Un racconto che poco alla volta coinvolge il lettore, ma quasi con dolcezza, come si trattasse di una favola piuttosto che di una cronaca di una dura drammatica e imprevedibile vicenda di vita vissuta.

Redazione di Dialogo in Valle


Prefazione di Giorgio Bocca all'edizione del 1986

 

Leggendo In Rosa di Chiara Sasso ho ritrovato le ansie e l'impotenza della ragione che mi hanno accompagnato per tutta l'inchiesta sul terrorismo. Potrei anche io ripetere le parole dell'epilogo "ma sai quante volte ci penso a queste cose?" Mi è capitato sovente nei colloqui con brigatisti e piellini di avere uno stato d'animo simile a quello di Rosa, di capire e non capire. Tante versioni, tanti racconti, tante ricostruzioni ragionevoli, precise, comprensibili in un contesto assurdo febbricitante, sproporzionato. Sì, uno può cercare di mettere un certo metodo in questo cercar di capire. Può dirsi: non schiacciare la vicenda terroristica nel suo punto finale o drammatico, nel momento in cui il terrorista spara o viene arrestato. Ricordati che dietro c'è una storia fatta di tanti passaggi, che alla scelta della lotta armata sono arrivati passo a passo e ognuno a suo modo, ognuno con la sua irripetibile alchimia di sentimenti, impazienze, nevrosi, generosità.
Già, ma neppure il metodo, neppure la fatica paziente di mettere assieme le storie diverse per ricavarne i denominatori comuni, e il quadro generale riescono a placare a risolvere quel assillante capire non capire che fa di Rosa un grosso personaggio di questa nostra amara esperienza. Sino all'ultima pagina del libro, la protagonista ritoma sul tema della sproporzione e della velleità: "Perché non hanno cambiato niente... Cosa pensavano di poter fare?" E al tempo stesso sa, sente, che se tutto ciò è accaduto, se centinaia di giovani hanno giocato la loro vita doveva pur esserci un irresistìbile movente.
Chiara Sasso è giovane ed ha vissuto fra i giovani coinvolti nella lotta armata e nella repressione. Quì credo che il fatto generazionale abbia importanza decisiva per capire o almeno per accettare che tutto ciò è veramente accaduto e non è soltanto un nostro cattivo sogno.
Solo da giovani si può rinunciare a tutte le imprudenze, rimuovere le paure e decidere sotto la spinta dei bisogni non rìmandabili, di rifiuti in nessun modo contenibili. Una scelta di vita e di morte ridotta a una pulsione divorante: non posso stare dalla parte di chi accetta lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, non posso stare a guardare senza far niente.
E insieme quella motivazione esistenziale che ho udito da Semerìa alla Ponti per quasi tutti i protagonisti della lotta armata.
Proprio ciò che Stefano scrìve alla madre: "quello che a te sembra un modello di vita, per me è intollerabile".
"Abbiamo rifiutato dì occupare i posti che ci avevano prenotati" ha scrìtto una terrorista. Infantilismo schematizzante? Idealismo rozzo? Certo chi ha una minima conoscenza storica della vita associata, chi parte dal pessimismo della conoscenza e della intelligenza sa benissimo che ciò che per Stefano è il più orrendo dei delitti "lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo" è in realtà il fondamento insostituibile della società umana. Sono le diversità e non le uguaglianze che permettono alla società di esistere, è la divisione dei ruoli che fa muovere la macchina economica, che tiene in vita le istituzioni dello stato, ivi compreso il suo apparato repressivo.
Sì, come potevano al crepuscolo delle ideologie, alla fine dei miti rìvoluzionarì, alle verìfiche di tutte le utopie stravolte e decomposte come potevano ricominciare, ritentare, non avendo neppure un nemico identificabile? L'assurdità della vicenda terrorìstica era manifesta: si dava vesti politiche, ideologiche vetero comuniste, ma non tentava neppure la lotta di classe. Nei dieci anni di piombo la borghesia imprenditrìce e compradora ha assistito, senza rischiare un'unghia, senza un minimo impegno alla sacra rappresentazione della lotta di classe rivoluzionaria recitata dai ragazzi della lotta armata e dagli altri ragazzi vestiti da poliziotti o da carabinieri.
Il terrorismo pesava sull'intero paese, drammatizzava i rapporti, faceva a pezzi lo stato di diritto, ma in modo quasi irresponsabile come un morbo misterioso. Nessun attentato contro l'esercito, solo alla fine, a movimento ormai moribondo, il sequestro Dozier.
E che rivoluzione si fa se si lascia intatto lo strumento della conservazione sociale? Se non si attacca l'alleanza che garantisce il sistema capitalistico? Che rivoluzione si fa se la classe operaia è opportunista e indifferente o comunque presa da ben altri e più concreti pensieri? Eppure Rosa che queste cose da donna di buon senso le sa o le intuisce non rinuncia all'umanità dei sovversivi, non può accettare che vengano confinati e poi distrutti, fatti a pezzi dalla macchina infernale delle carceri speciali, diventa in qualche modo una di loro, non se la sente di abbandonarli. Rosa è un personaggio grosso e vero. Lo è nella fatica di esprìmere le sue ambiguità, nel non sapere come dire ai giudici quale è la storia degli altri, nel suo cadere e rialzarsi impavida di fronte ai dolori della vita, ai "nidi di vipera" delle delazioni e del pentitismo, di fronte alla crudeltà del mondo. Madre coraggio, potrebbe essere il suo nome. Io credo che la civiltà di un paese si misuri nelle ore delle lacerazioni. Addidata non ai rigoristi ma a coloro che come Rosa non si rassegnano ad accettare gli odi e le spaccature definitive che come lei ricuciono, aiutano, capiscono, anche se sovente capire è impossibile.